Il dopo voto del mullah Omar
Il giorno dopo le elezioni, il partito delle dita tagliate e dei nasi mozzati è deluso. Ieri le analisi del voto erano tutte sul presidente in cerca di conferma Hamid Karzai e sul suo sfidante tagico Abdullah Abdullah – entrambi rivendicano la vittoria – ma sono i talebani la grande forza politica che ha gettato il proprio peso sulle presidenziali dell’Afghanistan e che ora è costretta a tirare le somme. A partire dall’affluenza degli afghani ai seggi, un dato condizionato prima dalle minacce e poi dagli attentati.
17 AGO 20

Nel loro giorno di massimo sforzo, i guerriglieri hanno colpito in 15 delle 34 province afghane. Con alcune sorprese. Kandahar è la loro città santa, il fondatore e leader carismatico mullah Omar è nato a pochi chilometri di distanza nelle campagne e lo stesso si può dire per estensione di tutto il movimento. I talebani di lignaggio più alto sono kandahari, “gente che arriva da Kandahar”, che ha fatto parte del gruppo fin dalle fasi iniziali. Eppure nella provincia l’affluenza degli elettori ha toccato il 60 per cento, secondo i primi dati, anche contando che nella parte nord tutti i seggi sono rimasti chiusi per motivi di sicurezza. I talebani hanno montato una campagna pesantissima per impedire le elezioni a Kandahar.
Ogni ora un razzo è piovuto sulla città – uccidendo due donne e sei bambini, un bombardamento sui civili di cui nessuno parlerà – e i soldati del governo assieme a quelli canadesi in missione di “route clearance” hanno disinnescato quindici mine nascoste sulle strade verso i seggi. Ieri circolava la notizia di due elettori sorpresi sulla strada del ritorno ma poi si è rivelata infondata. Né i motivi ideologici né i rischi concreti hanno bloccato i kandahari al voto. Secondo Dexter Filkins, inviato del New York Times, l’affluenza degli elettori è stata inaspettatamente buona anche in un’altra zona di massimo rischio, a Garmsir, nella provincia di Helmand. E’ una zona saturata dai talebani che i marine – lanciati lo scorso mese alla riconquista – chiamano “la testa del serpente” per la forma oblunga. Filkins descrive la fila continua di elettori che entra ed esce dal seggio, anche se i pashtun sono prudenti e non vogliono farsi fotografare. Sui rischi che corrono, loro, che hanno esperienza diretta e quotidiana della presenza dei talebani, hanno le idee chiarissime: “Ma anche se rischiamo di morire, oggi votiamo”.
Lo stesso non si può dire di tutto il sud pashtun. L’affluenza è stata scarsa, perché le province meridionali sono quelle infestate dai talebani – del resto il senso di superiorità razziale dei pashtun è il midollo ideologico del movimento –, perché le minacce erano più credibili, perché il controllo occidentale è minore e perché più forte è anche la disillusione. “A noi arrivano i proiettili – dicono i pashtun presi in mezzo dalla guerra – agli altri arrivano i dollari”. Gli altri sarebbero soprattutto i tagichi, che controllano il nord, e le altre etnie che in passato hanno subito l’aggressività pashtun e ora si prendono la rivincita nelle urne. Il rischio è che questa rivincita etnica sia troppo sfacciata e spinga i pashtun a non credere più nel meccanismo democratico di Kabul e a unirsi ai violenti. Ora resta l’attesa. Oggi dovrebbero uscire i primi risultati provvisori, ma per quelli definitivi potrebbero essere necessarie settimane. Una cosa, incredibilmente, è già certa. Concluso tutto il processo elettorale, i talebani vogliono riprendere i negoziati “entro una settimana”, secondo i contatti solitamente ben informati di Asia Time. Le trattative erano state interrotte qualche mese fa, quando il leader Omar, attraverso il suo onnipotente braccio destro, il mullah Baradar, aveva informato il capo dei servizi segreti sauditi, il principe Muqrin bin Abdul Ziz, che non c’era più nulla da discutere.
Troppi annunci da parte dell’Amministrazione Obama, sul raddoppio di soldati, sull’incremento degli sforzi, sulle nuove tattiche che sarebbero state adoperate. Ora però dentro la leadership talebana c’è di nuovo movimento. I comandanti vogliono riprendere i negoziati attraverso l’Arabia Saudita, gli Emirati arabi (le sole due nazioni a riconoscere il regime talebano negli anni Novanta, assieme al Pakistan) e la Turchia, ormai broker tuttofare del mondo islamico. Il loro unico ostacolo è l’ostinazione del mullah Omar, la stessa – lamentano – che lo fece impuntare a protezione degli arabi di al Qaida dopo l’11 settembre e trascinò tutto il regime alla disfatta. Il comandante americano Stanley McChrystal, intanto, riflette su quanti soldati chiedere a Washington. Per una strategia “a basso rischio”, “ci vogliono 45 mila uomini in più”.